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Nel precedente articolo, riguardante il decadentismo (Spleen e Ideale. Poesia e pittura nel Decadentismo) ho parlato di “Spleen e Ideale”.
L’etimologia ed il significato che, in campo artistico,  è stato dato “per estensione” alla parola inglese spleen è molto curioso ed interessante.

In inglese, letteralmente “spleen” significa “milza” e deriva dal greco splēn (σπλήν), di stesso significato ma che venne collegato al concetto di malinconia e tristezza in seguito alla “teoria degli umori” concepita da Ippocrate per dare una spiegazione eziologica alle malattie e alla personalità dell’Uomo.

Partendo dalla teoria dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco e terra), Ippocrate definì l’esistenza di quattro umori base, legati a quattro elementi del corpo umano e corrispondenti a quattro temperamenti; fra questi c’era il malinconico (o melanconico) collegato all’umore della “bile nera”, con sede nella milza e legato all’elemento terra.
Lo stesso principicio si ritrova anche nel Talmud (uno dei testi sacri dell’ebraismo) e in Cina dove lo spleen era uno dei fondamenti del carattere.

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Albrecht Dürer (Germania, 1471-1528) – Melancolia – XVII° secolo

Questo concetto di uno specifico stato d’animo derivante dalla milza, fu ripreso in ambito artistico, inizialmente nella letteratura Romantica inglese e tedesca ed in seguito dal poeta francese Charles Baudelaire (1821-1867) che lo rese famoo intitolando “Spleen e Ideale” la prima sezione della sua opera poetica “I Fiori del Male”, anticipando i temi che saranno alla base del Decadentismo, adottati dai poeti francesi e da numerosi pittori di varie correnti, come ad esempio i simbolisti o i preraffaelliti.

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Foto di Charles Baudelaire tra il 1855 e il 1860

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Gustave Courbet – Ritratto di Baudelaire 1848-1849 – olio su tela – 54 × 65,5 cm – Musée Fabre, Montpellier, Francia

Il motivo dell’uso del temine inglese piuttosto che quello francese (rate) non è risaputo; probabilmente i Francesi assorbirono la parola usata prima di loro dai Romantici Inglesi, forse perché spleen ha un suono più dolce e languido.

Ma lo spleen decadente, in Francia e nell’arte in generale significava molto di più che tristezza e malinconia; esso rappresentava una profonda tristezza meditativa, l’angoscia esistenziale, il “mal de vivre”. 

Dovuto alla natura particolarmente sensibile dell’artista, lo spleen era un malessere intenso, un forte disagio esistenziale, l’incapacità di adeguamento al mondo reale, uno stato di depressione cupa, angosciosa, dalla quale era impossibile sfuggire e che poteva arrivare alla disperazione e all’istinto di morte, uno stato di astenia morale spiegato dal tempo che passava inesorabile, dalla solitudine, dalla nostalgia, da sentimenti d’impotenza e di sopraffazione, dal senso di colpa e dalla noia.

Questo stato psichico ispirava gli artisti, che addirittura vi si compiacevano e che venivano spinti a cercare “l’Ideale”, cioè l’amplificazione delle loro facoltà e l’estasi mentale che li avrebbe uniti al Tutto e fatti entrare in contatto con l’Assoluto; si trattava di elevarsi ad un piano intellettuale, sensoriale e spirituale superiore e di esaltare la propria creatività e personalità tramite ineffabili, segrete “corrispondenze” tra oggetti, profumi ed elementi della natura.

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Jens Lund (1871–1924) – La mia anima volteggia sui profumi, 1901 – Illustrazione del libro di Baudelaire Les Fleurs du Mal – acquerello e inchiostro su carta – 367 × 475 mm – Vejen Kunstmuseum

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Carlos Schwabe (1866-1926) – Il dolore, 1893

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Carlos Schwabe (1866–1926) – Spleen et Idéal, 1907 – olio su tela – 146 x 97 cm

Spleen e Ideale, sofferti stati d’animo, grandi fonti d’ispirazione venivano quindi perseguiti ed ottenuti dagli artisti attraverso la loro forte, innata sensibilità ma anche per mezzo di alcool, assenzio e droghe come l’oppio e l’hashish, i cosiddetti “paradisi artificiali” (dal titolo del saggio sugli effetti delle droghe di Charles Baudelaire) che permettevano di abbandonarsi completamente, liberare la mente, sperimentare sensazioni come la scomparsa del Tempo o le sinestesie create tra suoni, colori e profumi.

A livello artistico, tutto questo si traduceva con opere d’arte incomparabili che esprimevano il vissuto personale degli autori e rappresentavano i turbamenti e le agitazioni della gioventù dell’epoca.

Particolare autoritratto di Charles Baudelaire eseguito dal poeta invitato a casa di amici per provare uno stupefacente orientale, l’hashish; Baudelaire lo provò ed eseguì quest’acquerello sotto l’effetto della droga (kushlyakdanyil.altervista.org).
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Charles Baudelaire – Autoritratto, 1844 ca

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Viktor Oliva (Repubblica Ceca, 1861-1928) – Il bevitore di assenzio, 1901 – Caffè Slavia, storico caffè di Praga

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Carlos Schwabe (1866–1926) – I Fiori del Male, Distruzione, 1900 – Illustrazione del libro.

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Georges-Antoine Rochegrosse (pittore francese 1859–1938) e Eugène Decisy (incisore francese) – Charles Baudelaire, 1917 (Ritratto del poeta circondato da fantasmi) – Incisione su legno – 18.1 x 12.3 cm – Brown University Rockefeller Library, Providence, Rhode Island (USA) – Frontespizio di “I Fiori del Male”

LeA

 


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