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I due illustri artisti francesi del XIX° secolo, l’uno scrittore e l’altro pittore si frequentavano ed avevano diversi punti in comune nel modo di sentire e di vedere la realtà, nel volerla descrivere o rappresentare secondo le proprie impressioni, senza tener conto delle convenzioni, criticando tradizioni e regole.

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Guy de Maupassant (Francia, 1850 -1893), scrittore, drammaturgo, reporter di viaggio, saggista e poeta nonché uno dei padri del racconto moderno.

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Claude Monet (Francia, 1840 -1926), nel giardino della sua casa a Giverny tra il 1899 e il 1909. Archivi dell’ American Art, Smithsonian Institution, Washington

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Claude Monet (Francia, 1840 -1926) nell’atelier della sua casa a Giverny

E’ infatti con evidente ammirazione e considerazione che Maupassant scrive così a proposito del pittore francese, del suo lavoro e della sua passione:

“Lo scorso anno, in questo paese, ho spesso seguito Claude Monet in cerca di ‘impressioni’. Non era un pittore, in verità, ma un cacciatore. Andava, seguito dai bambini che portavano le sue tele, cinque o sei tele raffiguranti lo stesso motivo, in diverse ore del giorno e con diversi effetti di luce. Egli le riprendeva e le riponeva a turno, secondo i mutamenti del cielo. E il pittore, davanti al suo soggetto, restava in attesa del sole e delle ombre, fissando con poche pennellate il raggio che appariva o la nube che passava… E sprezzante del falso e dell’opportuno, li poggiava sulla tela con velocità … L’ho visto cogliere così un barbaglio di luce su una roccia bianca, e registrarlo con un fiotto di pennellate gialle che, stranamente, rendevano l’effetto improvviso e fuggevole di quel rapido e inafferrabile bagliore. Un’altra volta ha preso a piene mani uno scroscio d’acqua abbattutosi sul mare e lo ha gettato rapidamente sulla tela. Ed era proprio la pioggia che era riuscito a dipingere, nient’altro che della pioggia che velava le onde, le rocce e il cielo, appena distinguibili sotto quel diluvio” (Guy de Maupassant).

Per il lavoro di Monet è quindi fondamentale la ricerca dei vari effetti di luce-colore in uno stesso soggetto, secondo le ore del giorno e gli agenti atmosferici, in natura come in città.

Nell’inverno del 1892, il pittore si stabilisce per qualche tempo a Rouen e dalla finestra di un negozio dipinge cinquanta vedute della maestosa cattedrale della città, tenendo appunto conto della luminosità nelle varie ore del giorno e delle condizioni atmosferiche del momento.

Determinato e instancabile, Monet realizza dei capolavori nei quali dominano il bianco, il blu, l’oro, fino al rosso del tramonto e l’iridescente; capolavori che, tre anni dopo verranno definiti da Georges Clemenceau, uomo politico e fine intenditore d’arte, come una “Rivoluzione delle cattedrali”: l’artista aveva infatti dimostrato che il colore dipende dalla luce e dall’atmosfera e non è una stabile peculiarità intrinseca al soggetto.

Fatto eccezionale: Monet completerà queste sue opere nel suo studio di Giverny, iniziando così a lavorare ricorrendo anche alla memoria e all’immaginazione.
Avendo profondamente capito e interiorizzato il rapporto tra cose, luce e colore, il fautore della pittura di getto e en plein air, dell’istante e dell’istinto, comincia a considerare la pittura in interno, potendo comunque esprimere sulla tela le sue impressioni anche se filtrate dal tempo e dalla memoria.

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Ponte giapponese nel giardino di Giverny in vari momenti

“Io intendo combattere, raschiare e ricominciare finché potrò muovermi, vedere e comprendere” (Claude Monet).

LeA

Fonti:
literary.it
oilproject.org
artribune.com
it.wikipedia.org

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