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Permettetemi in quest’articolo di non parlare esplicitamente di Arte ma di fare insieme a voi una riflessione partendo da un passaggio del libro “Vedi adesso allora” di Jamaica Kincaid. In fondo l’Arte degli scrittori è anche questa: coinvolgere e portare le persone a riflettere.

Per chi non avesse letto i miei precedenti articoli sulla Kincaid spiego brevemente che si tratta di una scrittrice dalla vita molto travagliata, che ha subito durante i suoi primi 20 anni notevoli traumi affettivi rimasti irrisolti e che si sono rivelati in età adulta fonte di grossi conflitti e tormenti interiori.
Il romanzo è autobiografico e l’autrice, attraverso la protagonista, racconta il suo primo matrimonio dal quale ha avuto un figlio ed una figlia.

La citazione, pronunciata dalla figlia della protagonista alla madre, è la seguente:

“Noi [i figli] non contiamo niente per te, solo la tua infanzia con tutto il suo dolore, come se nessuno avesse mai sofferto nell’infanzia, come se solo tua madre fosse mai stata crudele con sua figlia”.

Spesso si sente o si dice una frase del genere. E’ vero, Jamaica non è stata l’unica ad aver sofferto nella sua infanzia, ma fare paragoni in questi casi e anche quando si giudica noi stessi è, secondo me, fuorviante e sbagliato in quanto uno stesso evento, traumatico, doloroso o felice che sia, viene percepito e vissuto da ognuno in maniera diversa e provoca risposte psicologiche, reazioni e comportamenti differenti da persona a persona.

Non solo, mi viene da pensare ad un altro aspetto della questione dal quale spesso, a parer mio, ci facciamo tentare: giudicare a priori, e addirittura “condannare” azioni all’apparenza oggettivamente sbagliate ma che facendo lo sforzo di approfondirle e comprenderle rivelano motivazioni psicologiche profonde, inconsapevoli oppure anche consce, che fanno soffrire chi le compie ma che sono molto difficili da sradicare.

Naturalmente non intendo azioni estreme, bensì comportamenti quotidiani che teniamo nelle infinite occasioni della nostra vita, che riguardano gli stretti rapporti inter-familiari creati fin dalla nascita e le relazioni che si costruiscono nell’ambiente circostante più prossimo.
E’ evidente che non si può stare costantemente a sviscerare la psiche di tutti, né tanto meno giustificare o condividere qualsiasi condotta o reazione, ma mi sembra fondamentale non rifiutare, non chiudersi e sforzarsi di capire, in caso di necessità, chi ti è più prossimo e al quale tieni di più.

E’ uno sforzo non indifferente, certo, che richiede volontà, impegno, onestà verso sé stessi, coraggio nel combattere la paura di affrontare verità e prese di coscienza dolorose.

Ancora più difficile, lungo, doloroso ed estenuante è il “viaggio” da intraprendere per sfondare i muri, sciogliere gli strati ormai duri come pietre che ci portiamo dentro, eretti per “sopravvivere”, come risposta agli input esterni di qualsiasi tipo.
Penso, che un tale percorso non possa essere deciso a mente fredda, ma che ci si venga portati, in qualche modo costretti se, come nel caso di Jamaica, viene messa a repentaglio la propria saluta fisica e mentale.

Purtroppo, le zavorre che ci portiamo addosso, le convinzioni radicate che ci arrivano da fuori ma che noi stessi elaboriamo magari distorciamo e facciamo nostre, obbligano sovente ad essere, agire e mostrarsi a tutti gli effetti in un modo che nel profondo percepiamo non corrispondere alla nostra vera natura. Se il nostro io profondo urla, possiamo non ascoltarlo per un po’ ma alla fine dovrà essere preso in considerazione e fatto uscire.

L’esempio della Kincaid conferma quanto più o meno tutti sanno: infanzia e adolescenza formano la personalità e plasmano la vita adulta, come non c’è dubbio che alcuni vissuti e certi contesti socio-economici siano assolutamente più traumatizzanti di altri.

Ognuno fin dalla nascita possiede un certo grado di sensibilità e una determinata capacità del tutto soggettiva di avvertire ciò che gli accade. Secondo “il terreno” trovato, i messaggi ricevuti vengono assorbiti, rielaborati ed interpretati diversamente; da qui iniziano a formarsi le modalità uniche e personali, inconsce e irrazionali, con le quali affronteremo eventi, stress o stimoli che condizioneranno in maniera più o meno significativa e profonda le nostra vita adulta e le nostre relazioni interpersonali; i famosi schemi precostituiti scatteranno automaticamente in presenza di un qualsiasi “richiamo” antico e le reazioni saranno sempre identiche e fedeli al messaggio originario.

Ma al di là degli eventi e del contesto esiste la sfera affettiva che in qualsiasi tipo di famiglia e in tutti gli ambienti può essere messa a repentaglio e subire gravi deficit, senza che magari nessuno, in buona fede, se ne renda conto.

Accudimento, baci e carezze “fisiche” non sono tutto, l’aspetto fondamentale è lo scambio affettivo che si “sente” a pelle, il calore e la considerazione che i genitori riescono a trasmettere.
E’ questo delicato ed intimo contatto che darà al bambino, e poi all’adulto sicurezza, fiducia in sé stesso, apertura e capacità di amare.
La mancanza di questo contatto può trasformarsi, in determinate sensibilità infantili, in un vuoto enorme ed incolmabile, in un sempre più grande rancore ed una rabbia interiore tali da trasformare il bambino originale, compromettere il suo benessere e il suo equilibrio psico-fisico.

Come sempre, questa è solo una mia personale considerazione e vi invito ad esprimere il vostro punto di vista, a condividere le vostre esperienze e anche, ma direi soprattutto, se non siete d’accordo a spiegare il vostro pensiero affinché si possa sempre meglio capire.

Grazie.

LeA

"Abbiamo accumulato tante ferite, e se non ne siamo consapevoli tutte le nostre azioni diventano reazioni a quelle ferite. Nella conoscenza di sé c'è la fine del dolore e, quindi, l'inizio della saggezza." - Jiddu Krishnamurti

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