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Angelo Morbelli, giovane pittore conosciuto a Milano come uno degli esponenti del nuovo realismo pittorico a sfondo sociale, espose nel 1884 all’Accademia di Brera quello che sarà in seguito conosciuto come il suo capolavoro: “Asfissia!”.
Il dipinto, ricco di particolari ritraeva una scena drammatica: una tavola imbandita, alcune lettere, una pistola, tanti fiori sul pavimento e in un angolo due corpi distesi, un uomo e una donna morti.

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Angelo Morbelli – Asfissia!, 1884 – Dipinto completo, comprensivo anche della parte destra con i due giovani morti, esposto alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino (GAM) nel 2001.

A cosa si fosse ispirato Morbelli per dipingere l’opera non era noto: si trattava di un omicidio, di un suicidio o di entrambi?
Malgrado l’indiscutibile e riconosciuto talento del pittore nel realizzare gli effetti della luce filtrata nella stanza e la sua maestria nel riprodurre gli oggetti, il dipinto non fu ben accolto dalla critica dell’epoca che giudicò il soggetto troppo crudo, l’insieme poco equilibrato e lo scorcio con i due corpi distesi, mal riuscito.

Tanto bastò a Morbelli per fargli tagliare in due la tela, eliminando la parte con i due corpi e quindi la descrizione del dramma, il “senso” (se non la spiegazione) del quadro e gran parte della sua tragicità.

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Angelo Morbelli (1854-1919) – Asfissia!, 1884 – olio su tela – 160 x 98 cm – collezione privata

Continuò ad esporre l’altra parte della tela, quella principale, con la tavola apparecchiata ma priva dei protagonisti del duplice delitto.
L’opera diventò allora una bella, complessa natura morta che, a prima vista faceva pensare ad una ricca, elegante e divertente cena, con fiori, champagne e tanto disordine; ma ad uno sguardo più attento, scorgendo le lettere e la pistola appoggiati sullo scrittoio, riaffioravano gli stessi interrogativi suscitati dalla tela originale: la scena rappresenta un delitto? Un suicidio, un omicidio o entrambi?
Era un mistero accennato del quale non si vedeva niente ma si intuiva tutta la drammaticità.

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Angelo Morbelli (1854-1919) – Asfissia! 1884 –olio su tela – 159 x 199,5 cm – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino – Fondazione Guido ed Ettore de Fornaris

E così è stato per oltre cento anni.

Oggi il giallo è stato risolto: la parte dell’opera con i due corpi è stata ritrovata, giustificando visivamente la presenza del revolver e confermando le ipotesi di una tragedia in atto.
Inoltre conosciamo la fonte d’ispirazione del dipinto: un fatto di cronaca avvenuto a Milano nel febbraio del 1884, il triste epilogo di una piccola grande tragedia d’amore che suscitò evidentemente al giovane Morbelli il desiderio di immortalarla per sempre con un dipinto che infatti fu esposto a Brera nell’ottobre dello stesso anno, appena otto mesi dopo l’accaduto.

Il fatto di cronaca
Due giovani innamorati decidono di mettere fine alle loro esistenze in una stanza d’albergo; il loro amore, ostacolato dalle famiglie è senza futuro e disperati preferiscono morire insieme piuttosto che continuare a vivere separati.
I due amanti sono Adolfo Franzini, sottotenente dei Lancieri di Montebello di vent’anni, e Gina Bignami, figlia di un macellaio, appena diciannovenne.
Una notte fuggono di casa e si recano all’Albergo Torino, a pochi passi dall’allora Stazione Centrale. E’ un Albergo frequentato da “coppie di passaggio”, senza tante formalità e dove non richiedono i documenti.

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Giannino Grossi, una veduta del vecchio Piazzale della Stazione a Milano, su cui si affacciava l’Albergo Torino, teatro del dramma cui si ispirò Morbelli. Non si tratta del luogo su cui sorge la Stazione attuale, costruita successivamente, bensì della vecchia Stazione Centrale che si trovava all’altezza dell’attuale Piazza della Repubblica, e che fu poi demolita nel 1931.

Come riportano dettagliatamente i quotidiani milanesi dell’epoca, alle quattro e mezzo di mattina i due giovani salgono in camera, vi passano la notte e l’indomani “hanno fatto salire il direttore dell’albergo, il signor Bronzini, e gli hanno ordinato da pranzo raccomandandogli di far loro servire vini buoni e cibi freschi e saporiti” (Corriere della Sera del 19/02/1884), che la coppia si concede come ultimo inno alla vita, prima della tragedia.
“Alla sera”, scrive in proposito il giornale “La Perseveranza”, “volendo compiere il disegno da loro già precedentemente stabilito, [si fecero accendere la stufa e] cercarono di avere del carbone con cui procurarsi la morte”.
La prima idea della coppia sembra infatti quella di darsi la morte tramite asfissia ma qualcosa probabilmente non funziona e la sera il Direttore dell’Hotel ritrova così i due ragazzi: “La fanciulla (..) era appoggiata al letto (…) Una larga macchia di sangue nella camicia indicava la ferita. Il giovane era a letto sotto le coperte (…) in atteggiamento di chi dorme (…) era già cadavere; la fanciulla, soccorsa subito dal Bronzini, fu portata in un’altra camera (…) Quanto all’ufficiale, egli aveva mirato diritto al cuore e la morte deve essere stata istantanea (…) I due giovani avevano lasciato sul tavolino della camera 4 lettere chiuse e 4 piegate ma non ancora riposte nella busta (…) [Quanto al revolver] pare che sia stato comprato sabato o domenica dal Franzini nella bottega d’armaiolo della vedova Legnani in via Broletto” (Corriere della Sera).
Sulla sorte di Gina Bignami si sa che viene trasportata dall’Albergo alla casa del padre ed affidata alle cure dei medici che sperano di salvarla, ma niente di più, anche perché le cronache dell’epoca seguiranno il fatto solo per pochi giorni.
Si conclude così questo “Dramma d’amore”, come titolò la Perseveranza, dettato dalla folle passione di due ragazzi che si conoscevano appena da quattro mesi.

Titolo e metafora
Morbelli descrisse la scena con dovizia di particolari, in modo preciso e fedele alla cronaca, aggiungendo tuttavia tanti fiori che mai erano stati menzionati negli articoli giornalistici di allora e che costituiscono quindi un’invenzione poetica e romantica dell’artista.
Forse si lasciò influenzare dai versi di Baudelaire che nella celebre poesia “La morte degli amanti” (da Les Fleurs du mal, pubblicato in Italia nel 1857) parla con impeto della morte tragica e passionale di due amanti circondati anch’essi da un letto di fiori: “Avremo letti pieni d’aromi leggeri,/e divani profondi come tombe,/e sparsi sulle mensole strani fiori,/per noi sbocciati sotto cieli più belli…”; o forse, come il pittore John Collier, dal romanzo “La colpa dell’abate Mouret”  di  Emile Zola pubblicato nel 1876, dove la giovane Albine in seguito ad una grande delusione d’amore si toglie la vita, riempiendo il suo letto di fiori e soffocando, intossicata dai loro intesi profumi.

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John Collier – La morte di Albine, 1898 – olio su tela – 137,2 x 182,9 cm – Glasgow Museums

Ma che significato ricoprono questi fiori e ancor più l’inquietante titolo dell’opera di Morbelli: Asfissia! Che nesso c’è tra loro e il tragico fatto di sangue avvenuto a Milano?

Senza dubbio il giovane pittore milanese fu colpito dalla prima idea della coppia di darsi la morte tramite asfissia. Per rappresentare visivamente questo concetto, egli trovò il geniale espediente dei fiori che trasformarono il fatto di cronaca reale in una perfetta metafora: i fiori, simbolo dell’amore, della rinascita e della vita ma anche del dissolvimento e della morte, in quanto recisi e condannati a decomporsi esalando il loro forte odore acre capace di impregnare l’ambiente chiuso e renderlo irrespirabile.
L’Asfissia quindi è per Morbelli la causa indiretta e metaforica della morte dei giovani amanti, uccisi in modo simbolico dalle acute emanazioni dei fiori ma soprattutto dal loro asfissiante amore diventato totalizzante, ossessivo e disperato.

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Lawrence Alma-Tadema – Le rose di Eliogabalo, 1888 – 213,4 x 131,8 cm – collezione privata
Si narra che Eliogabalo, imperatore romano, nel corso di uno dei suoi sontuosi banchetti, avesse inondato i suoi ospiti di così tanti fiori, che alcuni di essi ne morirono soffocati.

Fonti:
italianfactory.info
mbasic.facebook.com

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